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martedì 19 luglio 2011

PIEMONTE,PER UNA VOLTA CHE UN POLITICO AVEVA FATTO QUALCOSA "PER LA VITA" ECCO CHE I GIUDICI LO CASTIGANO!!



di Mario Palmaro
19-07-2011



Fuori i volontari pro life dai consultori pubblici. Lo ha stabilito il Tar del Piemonte, che è intervenuto a piedi uniti sulla decisione del Governatore della Regione, Roberto Cota, il quale - insieme alla maggioranza sostenuta da Lega e Partito della Libertà - aveva invece aperto le porte alla collaborazione con la Federazione piemontese del Movimento per la Vita, guidata da Marisa Orecchia. 
La sentenza del Tar ha un forte significato politico. I giudici amministrativi, infatti, hanno cancellato un “esperimento” che poteva avere una straordinaria rilevanza innovativa anche a livello nazionale, perché vedeva una regione italiana riconoscere ai volontari antiabortisti un ruolo attivo all’interno delle strutture dello stato. Strutture nelle quali abitualmente prevale la logica della mera certificazione della volontà della donna, al punto che certi consultori si meritano l’appellativo di “abortifici”.
Il Tar piemontese ha voluto lanciare un segnale a tutte le regioni: castigare un governatore per ammonirli tutti. Con questa decisione si è voluto stoppare una scelta forte di Roberto Cota, leghista e cattolico, che nella sua campagna elettorale si era impegnato pubblicamente sul fronte dei valori non negoziabili. Cota aveva anche sottoscritto pubblicamente un “Patto per la vita”, chiamando alcuni esponenti del mondo cattolico – Massimo Introvigne, Mauro Ronco, Maria Paola Tripoli e la già citata Marisa Orecchia – a fare da “garanti” all’effettiva attuazione degli impegni assunti. Questa scelta ha permesso a Cota di sconfiggere, contro molte previsioni, il suo avversario, l’abortista e laicista Mercedes Bresso, sostenuta per altro dall’Udc di Pierferdinando Casini.

Appena eletto, Cota ha onorato i suoi impegni, e il Tar gli ha risposto con questa decisione evidentemente punitiva e ideologica.



Ma questa sentenza amministrativa dice anche un’altra cosa, forse ancor più importante: conferma che la  194 del 1978 è una legge totalmente, inequivocabilmente abortista. Da molti anni si è diffusa nel mondo cattolico una leggenda, quella secondo cui il legislatore italiano avrebbe voluto, con la 194, combattere la piaga dell’aborto. Questa tesi sarebbe stata corroborata dall’esistenza di una “parte buona” della legge, rimasta inapplicata, orientata a dissuadere la donna intenzionata all’aborto. Il legislatore del 1978 voleva aiutare la donna a cambiare idea, ma poi – a causa di una distrazione collettiva durata 30 anni – questa nobile intenzione sarebbe stata dimenticata.


Ora, purtroppo nulla di tutto questo corrisponde a verità, e i giudici del Tar lo hanno dimostrato. Il legislatore del 1978 – un misto di istanze comuniste, socialiste, radicali e cattocomuniste – volle effettivamente “socializzare” l’aborto, cioè far pagare allo Stato l’aborto (negli Usa non è così) e prevedere la rimozione delle cause che inducevano la madre a richiedere l’aborto. Ma questa azione di assistenza sociale è preceduta da una barriera invalicabile: l’autodeterminazione della donna. Se è lei a chiedere un aiuto, allora la si aiuti. Se vuole soldi, latte in polvere e una casa, la si mandi dai soliti cattolici, che qualcosa si inventeranno. Ma questo non c'entra nulla con un’iniziativa unilaterale dello Stato, che cerchi di convincere una madre a cambiare idea sull’aborto.



Il nodo è precisamente questo. Lo stato italiano con la legge 194 ha voluto sancire la sua totale neutralità di fronte alla condotta della donna: che scelga per la vita o contro la vita, non fa alcuna differenza.  Questa logica ispiratrice della legge 194  si traduce coerentemente nei suoi articoli e nella pluridecennale giurisprudenza che l’ha interpretata e applicata. Ed è proprio a causa di questa ratio che da più di 30 anni l’attività dei Centri di aiuto alla vita e di ogni associazione pro life è ostacolata in ogni modo. I volontari di questa galassia, infatti, non pensano affatto che abortire e non abortire siano la stessa cosa, e se incontrano una donna, nei modi e nelle forme più opportune, glielo dicono. Ma questo servizio alla verità è, obiettivamente, fuori legge.


Dunque, almeno in questo, dobbiamo ammettere che il Tar ha applicato in maniera coerente lo spirito della legge 194 del 1978. Ovviamente, questo non mette a posto la coscienza dei giudici, perché la mera applicazione delle leggi in vigore non basta a rendere giusta una sentenza: il ‘900 totalitario e sanguinario è costellato di sentenze “coerenti” con le leggi in vigore. Ma cerchiamo di aprire gli occhi di fronte a questa ennesima “lezione”: tirare fuori cose buone dalla 194 è come tentare di cavare il sangue dalle rape.


 

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